Ashtanga yoga: gli 8 rami dello yoga secondo Pantajali

Introduzione

Se, quando ho iniziato a praticare yoga, mi fosse stato chiesto di darne una definizione, non ci avrei pensato su due volte nell’affermare che si trattava di una pratica fisica per ottenere un corpo più tonico, flessibile e attivo. Non avrei menzionato alcun beneficio psicologico, non avrei parlato neanche del pranayama, figuriamoci della meditazione. La quasi totalità delle persone infatti si avvicina allo yoga perché alla ricerca di una forma di esercizio efficace, ma diversa rispetto alle alternative disponibili, ammaliata dalla bellezza delle asana. Poi un certo numero di queste rimane, continua a praticare senza comprendere le motivazioni di alcune delle pratiche che si fanno, ma comunque incuriosita da questo mondo alle volte così esotico.

E magari poi accade qualcosa, come è successo a me, che scombussola la vita in pochissimo tempo, rimescola le carte in tavola e…bam, lo yoga (quello vero) fa la sua magia. Si trasforma in un’ancora di salvezza che fa bene al corpo, ma soprattutto fa bene alla mente e allo spirito. E lì allora iniziano a sorgere delle domande, emerge la volontà di sapere il perché delle cose, creando i primi collegamenti con ciò che ci succede al di fuori del tappetino. Si arriva alla scoperta che lo yoga è molto, ma molto di più, della sola pratica fisica: un intero sistema, una disciplina, in cui tutto ciò che viene fatto dal praticante ha l’obiettivo di portare alla realizzazione spirituale nell’unione con il divino (o l’universo, chiamiamolo come più ci rappresenta).

Gli 8 anga dello yoga

Un sistema composto da 8 rami, o anga, che il praticante è invitato a seguire e perseguire per ottenere la realizzazione spirituale ed esperire l’unione con il divino, raggiungendo l’essenza della propria esistenza, così come definito da Patanjali negli Yoga Sutra.

1. Yama

Yama è l’insieme dei 5 principi etici e morali che ci permettono di vivere in armonia con il mondo che ci circonda: essi ci aiutano a sentirci a casa ovunque noi ci troviamo e a stare bene con gli altri e con la realtà stessa.

Si tratta dell’impegno che ciascuno di noi prende con se stesso per il bene dell’altro e della comunità, allontanando da sé tutti quei comportamenti disfunzionali dell’essere, che rappresentano un grande dispendio di energia, verso la costruzione e lo sviluppo di una serie di attitudini positive e costruttive, funzionali per noi stessi e per gli altri.

I 5 yama sono ahimsa (dalla non-violenza all’innocenza), satya (dalla verità all’autenticità), asteya (dal non rubare alla generosità), brahmacarya (dalla castità alla dedizione) e aparigraha (dal non attaccamento, materiale e non, al darsi una misura).

Siamo tutti d’accordo nell’affermare che questi principi morali rientrino in una dimensione più ampia di quella esclusivamente yogica, e che anzi siano principi universalmente riconosciuti per vivere bene insieme agli altri, nel mondo.

2. Niyama

Nyama è l’insieme delle 5 pratiche di autodisciplina e abitudini personali che purificano e rafforzano l’individuo. Queste regole riguardano invece il rapporto che abbiamo con noi stessi, la nostra modalità di vivere.

Si tratta di pratiche che riguardano sia la mente che il corpo e che ci aiutano a sviluppare un rapporto sano con noi stessi e con nostra la pratica: come dovremmo vivere la nostra vita, il nostro quotidiano, cosa dovremmo fare per mantenere il nostro corpo sano e in equilibrio, per esempio.

I 5 niyama sono tapas (ardore, passione), saucha (purezza), santosha (l’appagarsi o il contentarsi), svadhyaya (lo studio di se stessi) e ishwarapranidana (l’abbandono al divino, la fiducia verso forze più grandi di noi).

Questi principi ci guidano verso un’esistenza più consapevole e appagante, promuovendo pratiche di autocura e crescita personale che sono fondamentali non solo per chi pratica yoga, ma per chiunque desideri vivere una vita più equilibrata e soddisfacente.

Quando si dice che pratichiamo yoga soprattutto al di fuori del nostro tappetino si intende proprio questo, perché yama e niyama non sono soltanto regole per la pratica dello yoga, ma vere e proprie linee guida per una vita etica e consapevole. È altresì vero che la pratica sul tappetino ci permette di sperimentare l’applicazione di questi principi e di renderci consapevoli di alcuni nostri comportamenti disfunzionali.

3. Asana

Il terzo ramo dello yoga rappresenta ciò che spesso, in modo riduttivo, viene confuso con l’essenza della pratica yoga stessa, cioè le asana. Dico riduttivo perché si tratta di una semplificazione che esclude tutta una serie di esperienze che vanno ben oltre i soli benefici fisici e che sicuramente non coinvolgono il concetto occidentale di performance.

Asana letteralmente significa “sedersi nell’attitudine del devoto“: negli Yoga Sutra di Patanjali, si fa riferimento principalmente alla posizione seduta, un assetto che, in raccolta e immobili, favorisce il flusso del respiro, il raccoglimento e l’ascolto. Con la pratica continua, la postura diventa confortevole e stabile, non implicando alcuno sforzo per mantenerla.

Con il susseguirsi dei secoli vari contributi hanno arricchito la gamma delle asana disponibili al praticante per raggiungere l’obiettivo ultimo di stare comodo nella posizione seduta e trovare una migliore concentrazione mentale nella meditazione, avendo eliminato ogni tipo di tensione o blocco fisico. Le posture che conosciamo oggi non sono quindi finalizzate esclusivamente a migliorare la flessibilità e la forza fisica, ma servono soprattutto ad allenare e disciplinare la mente.

L’equilibrio per chi pratica yoga riguarda un’armonia perfetta tra corpo, mente, sensi, anima e intelletto. Le asana, eseguite con consapevolezza e attenzione, diventano opportunità per praticare la presenza mentale e l’auto-osservazione. E non è necessario praticare asana estremamente complicate per ottenere tutti questi benefici.

4. Pranayama

“La durata della vita dello yogi non viene misurata con il numero dei suoi giorni, ma con quello dei suoi respiri” – B.K.S Iyengar

Spesso sottovalutato all’interno della pratica yoga, il Pranayama è in realtà una componente fondamentale della pratica yoga. Partiamo dal significato stesso della parola per comprenderne il perché: prana significa energia o soffio vitale e viene immagazzinato nel corpo, tra le varie componenti, anche e soprattutto dal respiro; yama significa controllo, ayama espansione, quindi rappresenta le tecniche di controllo e di espansione del respiro. Perché è così importante? Proprio perché il prana è quell’energia sottile che permea l’intero universo e che ci mantiene in vita, sostenendo tutte le funzioni vitali del corpo, compresi i processi fisici, mentali ed emotivi.

Attraverso la pratica del pranayama si impara a regolare consapevolmente il flusso del respiro al fine di aumentare l’assorbimento di prana nel corpo e di distribuirlo in modo equilibrato. Questo può portare a una maggiore vitalità, chiarezza mentale e stabilità emotiva. Ha inoltre profonde implicazioni sul sistema nervoso, poiché influenza direttamente il tono del sistema nervoso autonomo, inducendo stati di rilassamento o di attivazione: questo può essere particolarmente utile per gestire lo stress, ridurre l’ansia e promuovere il benessere generale.

La pratica del pranayama è molto utile anche per preparare il corpo alla meditazione: con l’espansione del respiro infatti possiamo controllare la mente, calmandola, da un lato e, dall’altro, controllando il respiro e portando lì la nostra attenzione aiutiamo la mente a focalizzarsi su unico punto, favorendo così stati molto profondi di concentrazione, che poi sfociano nella meditazione.

5. Pratyahara

Si parla poco spesso del 5° ramo dello yoga, ma è tuttavia determinante per l’accesso agli stadi successivi di concentrazione e meditazione. Pratyahara è il “ritiro dai sensi”, portando l’attenzione al proprio giardino interno, abbandonando l’attenzione al mondo esterno, dettata dai cinque sensi.

Anche definito come raccoglimento, rappresenta uno stato nel quale siamo completamente presenti nel qui e ora, uno stato dove abbiamo portato l’attenzione a ciò che accade dentro di noi. Non siamo più distratti da ciò che accade all’esterno, da quel suono, da quell’odore o da quella sensazione, piuttosto diventiamo molto consapevoli, presenti, senza vivere la dispersione verso l’esterno.

Costituisce la soglia dello “Yoga regale” o Raja Yoga, un tipo di pratica sempre più sottile che dal raccoglimento sfocia nella concentrazione, nella meditazione e infine nella contemplazione.

6. Dharana

Dharana, il sesto ramo dello yoga, si traduce come “concentrazione” e rappresenta il momento in cui il praticante concentra tutta la propria attenzione su un oggetto esterno (candela, suono, immagine) o interno (respiro). In questo processo si addestra la mente a rimanere centrata, senza che si abbandoni ai pensieri e alle distrazioni.

La pratica continua di dharana porta a uno stato di calma e chiarezza mentale, andando sempre più in profondità nella connessione tra l’osservatore e l’oggetto di osservazione. Ragioniamo ancora in termini di dualità ma, man mano che si avanza negli stadi più avanzati di dharana, l’individualità si dissolve e così i confini tra se stessi, gli altri e l’universo, in uno stato nel quale il silenzio e la quiete della mente prevalgono. Arrivando quindi infine alla meditazione vera e propria.

7. Dhyana

In dhyana giungiamo al cuore stesso della meditazione, dove la consapevolezza è libera da ogni forma di distrazione verbale. È un flusso ininterrotto di coscienza, nel quale la mente abbandona le sue attività superficiali per abbracciare la calma più profonda.

In questo stato, il velo di maya, l’illusione dell’ego e delle proiezioni soggettive, viene finalmente dissolto: la realtà si svela nella sua essenza, priva di maschere o interpretazioni distorte. Non esiste più la distinzione tra colui che conosce e ciò che è conosciuto, ma solo il puro atto di conoscere.

Il praticante, immerso in questo stato di contemplazione profonda, sperimenta un senso di unione totale con l’universo circostante. È un momento di intima connessione con la propria natura interiore e con la realtà universale. Sebbene il corpo sia presente, la sua presenza diventa secondaria, quasi trascurabile, mentre l’attenzione si rivolge principalmente all’esplorazione dell’essenza più profonda dell’esistenza.

8. Samadhi

Al culmine della meditazione si arriva all’ultimo ramo dello yoga, il samadhi, nel quale il praticante sperimenta l’unione con il divino. Il corpo e i sensi sono in stato di riposo, mentre le facoltà mentali e la ragione sono vigili. Il senso dell’Io e del Mio si dissolvono perché l’attività della mente, del corpo e dell’intelletto sono in un sonno profondo. Non è uno stato descrivibile a parole, ma piuttosto uno stato esperibile su più livelli di intensità.

Come portare l’ashtanga yoga nel quotidiano

Ci sono tantissimi modi per sperimentare lo yoga nel quotidiano, al di fuori del nostro tappetino. Il primo passo rappresenta il come decidiamo di muoverci nel mondo, ricordandoci che abbiamo sempre una scelta. Allo stesso modo abbiamo una scelta anche nel modo in cui ci rapportiamo con noi stessi, dal corpo fino ad arrivare alle parti di noi che meno ci piacciono.

Ed ecco come momenti di pura contemplazione e meditazione, l’esperire del presente nel qui e ora, si possono vivere in ogni esperienza che facciamo. Abbiamo sempre una scelta, vedere o fermarci a guardare…Che cosa significa? È un po’ come quando siamo di fronte a un tramonto magnifico: possiamo passare oltre senza provare niente perché è scontato oppure possiamo fermarci e viverlo con lo stupore della contemplazione, percependo la connessione profonda che esiste con la natura e l’universo. Per vivere quest’esperienza non dobbiamo andare a Bali, in montagna sulla vetta più alta o in mezzo al mare. Basta la contemplazione di un cielo blu intenso, di un tramonto rosa o della bellezza delle foglie che cadono al parco in autunno per sperimentare ciò che Pantajali ci ha tramandato nei suoi Yoga Sutra.

Namasté,

unayogi