Che cos’è il monkey mind e come farselo amico

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Che cosa si intende con monkey mind?

Il termine monkey mind proviene dalla tradizione buddhista e letteralmente lo potremmo tradurre come “mente di scimmia” e, a ben vedere, rappresenta la condizione normale e naturale della mente umana, che non smette mai di pensare, fare congetture, elaborare, ricordare, creare e così via. Non esiste infatti la condizione della persona che non pensa – si tratta di un assunto errato, forse anche di un desiderio che ognuno di noi, nelle diverse fasi dell’esistenza, inizia a provare, proprio perché, come una scimmia dispettosa, la nostra mente difficilmente ci dà pace, lasciando spazio a pensieri intrusivi, distrazioni e tanti altri modi per portarci fuori focus.

Perché il monkey mind può diventare un problema

Ma se parliamo del monkey mind come la normale condizione della mente umana, è anche vero che, quando è lui a prendere il controllo, possono scaturire sensazioni poco piacevoli, fino a risultare in stati di forte ansia e stress, con tutta la sintomatologia a questi correlata come insonnia, tensioni muscolari, disturbi della digestione, intestino irritabile, tachicardia e molti altri.

Dobbiamo però ricordarci che il monkey mind non è né buono né cattivo, bensì neutro.

Come lo percepiamo dipende interamente da noi.

Poniamo un esempio per comprendere meglio come funziona. Mettiamo caso che, una mattina, ti svegli e fai tutte le tue cose con calma – ti alzi dal letto, ti lavi i denti, fai colazione, ti vesti e poi…inizi a guardarti allo specchio e ti vedi la pancia un po’ più prominente del solito. Te ne accorgi, ma poi lasci perdere e vai avanti con la tua giornata.

Tuttavia, il germe di quel pensiero non ti dà pace e, ora dopo ora, diventa sempre più articolato e invadente, fino al punto che ti trovi a passeggiare per le vie della tua città pensando a cosa dirà la gente vedendo la tua pancia, quanto ti giudicherà, pensando che non conduci uno stile di vita sano ed equilibrato, di tutte le schifezze che mangi – a prescindere dal fatto che tutto ciò corrisponda o meno alla realtà.

E da qui si costruisce una convinzione sempre più solida del fatto che la tua pancia sia prominente, con tutti gli altri aspetti a questo correlati, fintanto che non diventa una parte integrante della tua identità, man mano che va avanti e si potrae nel tempo.

Normalmente quando non abbiamo una relazione sana con il nostro monkey mind quindi accadono due cose:

Crediamo ciecamente a ciò che la mente ci propone

Non importa quando assurdo, quanto al di fuori della realtà, quanto estremizzato, quanto falso…diamo per vero e assodato quanto ci dice la nostra mente, a prescindere. Perché dovrebbe mentirci? E’ la nostra mente e poi, soprattutto, i ragionamenti che facciamo confermano e avvalorano la tesi che il monkey mind ci ha dato.

Tuttavia sappiamo bene oggi quanto la nostra mente non sia in grado di distinguere la differenza tra realtà e finzione. Credendo a tutto ciò che la nostra mente ci dice, il problema diventa sempre più grande, estremo, difficile da gestire – tutto ci risulta pericoloso, il panico prende il sopravvento, ma di fatto il 99% delle nostre percezioni non sono reali.

Vediamo nella mente il nostro nemico numero 1

Non ti piace quello che pensi, ti dà fastidio, interferisce con la tua giornata – odi quello che ti fa provare, ti fa stare male con te e con gli altri. E in questo modo il monkey mind diventa il tuo nemico, non lo sopporti e non ti dai pace perché vorresti farlo smettere, ma di fatto non smette mai (e mai lo farà).

Se cerchi di combattere quello che il monkey mind ti dice, perdi in partenza.

Se credi in quello che il monkey mind ti dice, non funziona.

In queste due situazioni quindi chi è a prendere il controllo e il sopravvento? Eh già, proprio il monkey mind…che come un datore di lavoro un po’ matto prende decisioni in modo completamente insensato, ogni tanto ci prende a parole, ci bistratta. E noi ubbidiamo e subiamo silenziosi, convinti di non poterci fare niente.

Il ruolo della consapevolezza nel quotidiano

Cosa accade a livello pratico nel cervello? Senza andare troppo nel dettaglio…

Inizialmente un pensiero negativo, come un difetto personale, attiva un neurone nella corteccia cerebrale. Questo neurone rilascia neurotrasmettitori che stimolano i neuroni vicini, creando un piccolo gruppo che codifica l’idea o l’emozione legata al pensiero. Con la ripetizione del pensiero, i neuroni formano connessioni più forti, rendendo il circuito più efficiente nel riattivare il pensiero stesso. Man mano che questo processo si ripete, si formano cluster neuronali, con ogni attivazione che rinforza il gruppo di neuroni e amplifica l’intensità dell’emozione. La mente inizia quindi a trattare il pensiero come una verità, cercando conferme esterne e aumentando la sensazione di disagio. Questo ciclo negativo può influenzare altre aree del cervello, rendendo la realtà più minacciosa e opprimente. 

Come possiamo fare quindi per interrompere questo circolo vizioso e vivere con maggiore consapevolezza la nostra quotidianità?

Iniziando a porci come osservatori di ciò che ci accade, guardandoci dall’esterno. Come viviamo la nostra giornata? Quali sono le azioni che facciamo da quando ci alziamo a quando andiamo a dormire? Com’è il dialogo con noi stessi durante la giornata? Come ci comportiamo per gli altri?

Un’altra strategia efficace è quella di portare consapevolezza nelle azioni che normalmente facciamo in automatico, come bere il caffè alla mattina o la strada che percorriamo per andare al lavoro. Diamo proprio questo compito alla nostra mente, di analizzare e vedere cosa facciamo quando compiamo una determinata azione. E quando ci accade che sentiamo che ci stiamo lasciando travolgere da pensieri disfunzionali, fermiamoci e portiamo l’attenzione al respiro con la tecnica che vediamo qui di seguito (non c’è bisogno di farla per forza in meditazione, seduti da soli, possiamo farla anche in mezzo alla strada e alle persone).

Diventare amici del monkey mind con la meditazione

Per cominciare a cambiare la relazione che abbiamo con il monkey mind possiamo anche meditare. Nella meditazione infatti diamo un compito specifico alla nostra mente, sul quale si deve concentrare (dharana), togliendole quindi la possibilità di spaziare, di pensare ad altro. E in questo tipo di relazione siamo noi ad avere finalmente il controllo.

Il modo più facile per fare ciò è concentrare la mente sul respiro, eventualmente anche andando a contare il numero di respiri. Certamente potrà accadere che a un certo ci accorgeremo che la nostra scimmietta interiore si è lasciata trasportare e sedurre da un qualche bel pensiero ma noi, prontamente, la rimettiamo al suo compito. Perché al monkey mind i compiti piacciono tantissimo! Essendo sempre attivo, sempre sul pezzo e con tutta l’energia che ha, dargli qualcosa da fare va a soddisfare il suo desiderio innato. E lì, in quello spazio, possiamo ritrovare un nuovo senso di pace, calma e serenità, andando a rompere pezzo per pezzo quei circuiti che ci tenevano in trappola, creando nuove reti neurali, più forti e sane.

Conclusione

Come hai potuto vedere, il monkey mind non va assolutamente percepito in senso negativo, quanto piuttosto deve essere visto, compreso, accettato. Bisogna prenderlo per quello che è e agire di conseguenza, soprattutto se spesso e volentieri ansia e stress prendono il sopravvento nel nostro quotidiano. E lo possiamo fare attraverso il coltivare la consapevolezza del momento presente e l’osservazione nel nostro quotidiano.

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Namasté,

unayogi