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Yama: quali sono i 5 principi etici della filosofia yoga

Introduzione

I 5 yama sono inseriti all’interno degli 8 anga, cioè di un sistema composto da 8 rami, così come è stato definito da Patanjali negli Yoga Sutra. Gli anga sono l’insieme dei passi che il praticante segue per raggiungere la propria realizzazione spirituale, che si manifesta attraverso il superamento del dualismo per vivere l’unione con il divino, quindi l’unione tra il microcosmo individuale e il macrocosmo universale. Ne ho parlato in maniera approfondita in questo articolo che ti invito a leggere prima di passare a vedere i 5 yama.

Che cosa significa yama?

Gli yama rappresentano 5 principi etici che ci guidano verso una vita in completa armonia con tutto ciò che ci circonda e che ci permettono di sentirci a casa ovunque noi siamo, nel pieno rispetto degli altri e della realtà in cui siamo inseriti.

Seguire i 5 yama significa prendere un impegno con se stessi, andando oltre ai propri interessi per il bene collettivo: è un invito a distanziarci da quei comportamenti che, pur sembrando naturali, in realtà drenano la nostra energia e ostacolano la nostra crescita. Gli yama, al contrario, ci incoraggiano a coltivare attitudini positive e costruttive che arricchiscono non solo noi stessi, ma l’intera comunità.

È universalmente riconosciuto che questi principi morali trascendono i confini dello yoga. Non sono linee guida esclusive di una disciplina, ma piuttosto fondamenti etici condivisi, necessari per una coesistenza armoniosa. Essi riflettono valori che, indipendentemente dalla cultura o dalla fede, sono apprezzati come essenziali per una società sana e coesa.

Una panoramica dei 5 yama

1. Ahimsa

Ahimsa è la non violenza, l’astensione dal nuocere, che si trasforma in innocenza o mansuetudine. Questo principio si rivolge quindi alla necessità di vivere in completa armonia con ciò che ci circonda, senza nuocere o fare del male a chi incontra il nostro cammino. Quando parliamo di violenza siamo automaticamente portati a pensare a un’azione fisica, ma in realtà ha più connotazioni, in quanto si tratta anche di violenza psicologica ed emotiva. La violenza si può manifestare su più livelli e, anche se gli yama sono rivolti alla nostra relazione con l’esterno, è pur sempre vero anche che la non violenza è un principio da applicare a se stessi, in primis.

Il praticare la non violenza ci trasforma e ci aiuta a sviluppare un’attitudine di innocenza: perché all’inizio non rispondere, non dover sempre reagire implica uno sforzo, ma si impara a ridurre gli inneschi sempre di più – non è arrendersi ed essere passivi, quanto essere consapevoli del perché della rabbia, di chi ho davanti, del suo cammino…tutto questo ci aiuta a essere obiettivi e non prenderci in carico ogni battaglia come se fosse l’unica cosa importante al mondo per la nostra autostima. E quindi cambia il modo in cui guardiamo il mondo, diventiamo innocenti con occhi nuovi, che vedono lo stupore da un lato e, dall’altro, sono in grado di vedere oltre.

2. Satya

Satya significa verità o sincerità che, se seguita come attitudine verso noi stessi e la realtà che ci circonda, si trasforma in autenticità. Quindi non si tratta semplicemente di non dire le bugie, dire sempre la verità…è un livello piuttosto superficiale di questo yama, perché essere autentici implica come pilastro fondamentale l’essere veri con se stessi. Tutti noi ci identifichiamo in ruoli che ci fanno sentire accettati, amati, considerati…trascurando però spesso quella che è la nostra vera essenza.

Al punto tale che la nostra vera essenza può essere completamente discostata dalle nostre molteplici identità. Essere autentici con se stessi significa lasciar andare le maschere, certi linguaggi, il cosiddetto bon-ton, aprendosi al mondo per ciò che si è veramente. Significa sapere accogliere il momento, qualsiasi cosa accada, in totale presenza, l’ascolto attento e vigile, l’azione consapevole. Ed è questo che ci rende liberi come esseri umani, soprattutto nel mondo di oggi.

3. Asteya

Asteya ha il significato di non rubare, l’astensione dal furto. Anche in questo caso non si tratta del mero rubare materiale, ma anzi racchiude una più ampia gamma di modi attraverso i quali noi rubiamo agli altri. Possiamo rubare un’idea o ancora possiamo rubare perché ci sottraiamo dal dare qualcosa agli altri. Mi spiego meglio: rubare può anche significare avere un talento inespresso, che per mille motivi (paura, pigrizia, inerzia) decidiamo di tenere per noi e di non condividere con la nostra comunità. In questo senso si sta rubando la comunità di un qualcosa che potrebbe essere utile per la loro crescita, personale o spirituale che sia.

La pratica continua di asteya porta a un’altra attitudine positiva, che è la generosità, l’onestà, combattendo l’avarizia – dare e non togliere. Spesso decidiamo di non dare qualcosa a qualcuno per l’invidia che l’altro possa fare più strada di noi o non darcene merito (per fare un paio di esempi), ma questo ci esclude da tutta una serie di cambiamenti positivi, che riguardano la nostra sfera personale, facendoci invece perdere moltissima energia laddove non c’è nulla che possiamo ottenere.

4. Brahmacarya

Brahmacarya ha originariamente assunto il significato di osservazione della castità, in quanto dobbiamo comunque ragionare sul fatto che una tale osservanza poteva aver senso per l’epoca in cui gli Yoga Sutra sono stati scritti. Diversi filoni nella filosofia yoga hanno posto la castità come requisito necessario per l’ottenimento della realizzazione spirituale, evitando la dispersione di energia e il formare di attacamenti che avrebbero potuto influire su questo obiettivo.

Tuttavia, anche noi che viviamo quest’epoca possiamo comunque trarne un insegnamento. Brahmacarya infatti può essere visto come dedizione totale verso ciò che si fa e si persegue nella propria esistenza che, nella pratica yoga, riguarda il lavoro costante verso la comprensione e la realizzazione di sé.

5. Aparigraha

Aparigraha è il non attaccamento, sia verso le cose materiali sia verso le cose non materiali. Si potrebbe quindi pensare che questo vocabolo racchiuda in sé l’assunto per il quale sia necessario liberarsi da tutti i nostri averi materiali, quindi vivere in completa povertà. Non ci potrebbe però essere nulla di più errato nell’epoca in cui viviamo oggi, nella quale il termine povertà ha un’accezione negativa, ai limite della violazione dei diritti di base dell’essere umano.

Aparigraha è più darsi un contegno, una misura e non vuole quindi essere un abbandono di tutto ciò che è materiale. Il problema riguarda piuttosto l’attaccamento ai nostri beni materiali che ci danno quell’illusoria sensazione di sicurezza e di potere, ma che di fatto ci rendono schiavi. Potersi liberare di questa sensazione ci permette di godere appieno di ciò che già abbiamo oggi, senza svalutarlo, ma anzi cogliendone appieno ogni sfumatura.

Vivere gli yama nel quotidiano

Come abbiamo avuto modo di vedere, gli yama vanno ben oltre ai limiti del tappetino, ma è altrettanto vero che è da qui che possiamo cominciare a viverli e a sperimentarli. Per fare qualche esempio (che non ne limita però l’esperire di ciascuno), possiamo praticare ahimsa evitando di forzare il nostro corpo oltre i suoi limiti, ascoltandolo e rispettandolo. Questo atteggiamento di gentilezza verso noi stessi si rifletterà anche fuori dal tappetino, nel modo in cui trattiamo gli altri e gestiamo le situazioni di stress e conflitto.

Satya può essere coltivato durante la pratica yoga essendo sinceri con noi stessi riguardo alle nostre capacità e ai nostri limiti, senza cercare di impressionare gli altri o noi stessi. Questo sviluppo dell’autenticità ci permette di vivere con maggiore trasparenza e integrità anche nella vita quotidiana. Praticare asteya sul tappetino significa non rubare tempo o spazio agli altri praticanti, rispettando i loro confini e il loro percorso. Fuori dal tappetino, si traduce in un comportamento etico e rispettoso delle risorse altrui, sia materiali che immateriali.

Brahmacarya può essere vissuto dedicandosi con totale attenzione e intenzione alla pratica, evitando distrazioni e mantenendo la mente focalizzata sul momento presente. Questo ci aiuta a sviluppare disciplina e concentrazione, qualità che poi possiamo applicare alle nostre attività quotidiane. Infine, aparigraha durante la pratica yoga ci insegna a non attaccarci ai risultati, ma a vivere ogni asana e ogni respiro come un’esperienza unica e preziosa. Questo atteggiamento di non attaccamento ci aiuta a liberare la mente dall’ansia e dalla preoccupazione per il futuro, permettendoci di vivere con maggiore leggerezza e serenità.

Conclusioni

Spero che quest’approfondimento sui 5 yama ti sia stato utile per comprendere quanto questi principi in realtà siano facilmente applicabili alla vita di tutti i giorni e che riguardano, di fatto, non soltanto chi pratica yoga e ne fa uno stile di vita, quanto piuttosto ciascuno di noi. Perché vivere in armonia con gli altri racchiude tutte queste sfumature, tutti questi significati, sia che si pratichi o meno yoga.

Se questo argomento ti è interessato, ti invito a seguire i miei percorsi di yoga online su Meditamente, dove potrai trovare intere sezioni dedicate alla filosofia yoga e all’applicazione di questi principi nel quotidiano.

Namasté,

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